C'era una volta in...Carfizzi

 

 

di Enzo Rizzuti  
 
C'era una bella chiesa a tre navate, col suo classico campanile, intorno al quale, in tre direttrici, orbitavano tutte imbiancate a calce, piccole casette prospicenti strette viuzze, tal che a vedersi era spontanea comparare il tutto ad un lillipuziano paese da fiaba.
C'era, gradito all'orecchio, l'aritmico zoccolio, che all'alba ed al tramonto di ogni dý, facevan le lunghe fila d'asini nel calcar gli sdrucciolevoli acciottolati della "Cona" della "Vascialia" e del "Palacco".

C'era il mietitore, inguainato in un largo, lungo bianco camisaccio di tela di lino, dalle dita incannulate, con in testa, a far da cappello, un variopinto fazzoletto con i quattro angoli annodati, che grondante di sudore ed allegro ad un tempo, jermitava con l'arcuata falce le turgide e nere spighe di grano duro, pago di questa magra e spesso unica ricompensa per un intero anno di dura

C'era il calzolaio (non il ciabattino) esperto nel fabbricar artigianalmente scarponi chiodati, ad operar seduto ad un lato del quadrato bischetto, sempre attorniato da un nugolo di apprendisti, chi intento ad incerar spago, chi a raddrizzar chiodini, chi a batter suola, chi a filar trinchetti e chi d'estate con un ventaglio intento ad arear il "Mastro" e da lui tener lontano le noiose mosche, badando per˛ a non prendersi nello stomaco le gomitate o i pugni del "Mastro" stesso nell'atto in cui, cucendo, a due mani lo spago tira.  
C'era l'incomprensibile vociar degli avvinazzati, proveniente dalla cantina dove, pur essendo "vietato l'incrocco", hanno egualmente giocato al padrone e sotto, a volte sganasciandosi in risate, a volte provocando qualche rissa, spesso sedata da malcapitati piaceri.
C'era penuria di vino, lusso per pochi, desiderio per molti, per cui, gradita ed attesa occasione di incontro tra amici e compari, era l'inveterata usanza d'approntare, in ogni famiglia, nel dý dell'uccisione del domestico maiale, un'agape agreste, destinata a finire con la generale sbronza dei conviviali, l'unica in grado d'appagar la loro antica arsura, e da loro tener temporaneamente lontane le tristezze del ieri e del domani.
C'era penuria di acqua potabile, reperibile in poche sorgenti site nei boschi che fan da verde corona all'abitato urbano; E malinconico a vedersi C'era al pomeriggio il frettoloso rientro delle massaie provenienti dalle fonti con i barili di legno legati a corda, proprio lÓ dove la schiena cambia nome, che sudate e mute, s'adoperano a raggiunger casa al pi¨ presto, per approntare il desinare al marito ed ai figli, lý lý per rientrare dai campi.
C'era, quasi mitica la porca nonnina che con la canocchia sotto l'ascella, filava il lino che in autunno, aveva cordato ed imputato, dopo che il marito o il figlio col rustico mangano, sgusciandolo dall'originario legnoso involucro, trasformato l'avea in tessil fibra.

C'era la donzelletta seduta fuori dall'uscio di casa, d'estate intenta ad intrecciar canestri di paglia; e ad arabescarli d'amaranto e verde scarabeo per intonarli con le coperte di lino e lana che, d'inverno, avea tessuto sul telaio antico, all'antica maniera delle avole a lei tramandata, sperando di perpetuare gelose tradizioni.

C'era, alla vigilia di ogni matrimonio il tradizional ballo dell'addio al nubilato, organizzato in casa della futura sposa; vera occasione d'incontro per atri platonici amanti, costretti a vedersi sol da lontano, ed a colloquiar con gesti da mimico linguaggio, diverso per ogni coppia perchŔ non appreso su formulari o testi didattici per sordomuti, ma da essi soli inventato a guisa di segreto cifrario
C'era il bimbo, che correndo scalzo, inseguiva un vecchio, arrugginito e rumoroso cerchio di bicicletta o che si soffermava a giocar con i coetanei alle trottole di legno; ai bottoni; a battimuro o allo squiglio.
C'era il giovinetto che giocava in piazza con gli amici, calciando una palladi stracci o un rattoppato pallone di rugoso cuoio, nuovamente rompendo il giÓ lesionato vetro di una tarlata finestruola, provocando cosý l'isterica azione della massaia, le cui stridule gridate richiamavan all'assembla gli astanti, a curiosar votati come divario alla alla noiosa inerzia, provocata dal non succedesse mai nulla di nuovo.
C'era, al pomeriggio, sul ballatoio antistante l'Ufficio Postale, un raggruppamento di persone intento a ricommentare i soliti avvenimenti ed a spettagolar di tutto, nell'attesa che senza fretta alcuna il procacciadella  arrivasse al bivio, con i sacchi della posta infilati nelle capaci tasche delle bisaccia, inarcata sul basto di una placida asinella.
C'era per rompere il classico tran-tran di tanto in tanto, applaudito dall'intera incantata popolazione, l'esibizione in piazza di una zingaresca Compagnia di prosa, che facea immancabilmente gli spettatori traslare dalle lacrime provocate  da lagnosi drammoni romantici alle lacrime da risate, dalla comicitÓ delle farse finali suscitate.
C'era la lucerna ad olio col su sfrigolante stoppino; il lume a petrolio e la lampada ad acetilene con i loro maleodoranti effluvi.
C'era un mulino dalle mole di pietra azionato a vapore ed un frantoio oleario a torchio.
C'era una sola automobile, due motociclette, tre biciclette.
C'era, prelibato per rusticoni palati, il liquore marca Gemma, il Triplesec ed il famosissimo ricercato Doppio Khuummeell.
C'era educazione, rispetto, modestia e pudicizia.
C'era armonia, fraternitÓ, disponibilitÓ, cooperazione.
C'era la discarica delle immondizie dislocata quasi in piazza; la malaria, la tubercolosi, ed anche la fame.
Per chi ha vissuto quello, ad un tempo aureo e plumbeo periodo, ora c'Ŕ solo un p˛ di nostalgia; fra non molto ci sarÓ l'oblio.  
   

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